Definizione agevolata (cd ROTTAMAZIONE): cosa succede dopo il 31 luglio.

Hai aderito alla Definizione agevolata? Il 31 luglio è scaduto il termine per pagare la prima o unica rata della “rottamazione”. Consulta la pagina informativa se non hai rispettato la scadenza.

Se l’Agenzia delle entrate-Riscossione ha comunicato l’accoglimento della domanda di Definizione agevolata

A seguito del pagamento della prima o unica rata

  • sono revocati eventuali piani di rateizzazione precedenti riferiti a cartelle/avvisi oggetto di Definizione agevolata;
  • può essere richiesta (analogamente a quanto previsto per le istanze di rateizzazione), compilando l’apposito modulo, la sospensione dell’eventuale fermo amministrativo sul bene mobile registrato, a patto che il debito oggetto del fermo sia totalmente inserito nella Definizione agevolata.

In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento della prima o unica rata

  • la Definizione agevolata non produce effetti e l’Agenzia delle entrate-Riscossione, come previsto dalla legge, dovrà riprendere le procedure di riscossione;
  • non è possibile ottenere nuovi provvedimenti di rateizzazione salvo che per le cartelle e gli avvisi notificati da meno di 60 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione di adesione alla Definizione agevolata;
  • possono essere ripresi i pagamenti delle rateizzazioni in corso alla data di presentazione della domanda di Definizione agevolata e in regola con i precedenti pagamenti. In tal caso, l’Agenzia delle entrate-Riscossione comunicherà gli importi e le nuove scadenze del debito residuo, secondo un piano di pagamento con lo stesso numero di rate ancora non versate di quello originario.

In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento della rate successive alla prima

  • si perdono gli effetti della Definizione agevolata e l’Agenzia delle entrate-Riscossione, come previsto dalla legge, dovrà riprendere le procedure di riscossione;
  • è preclusa la possibilità di ottenere nuovi provvedimenti di dilazione salvo che per le cartelle e gli avvisi notificati da meno di 60 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione di adesione alla Definizione agevolata;
  • i precedenti pagamenti sono considerati a titolo di acconto sugli importi complessivamente dovuti. 

Se l’Agenzia delle entrate-Riscossione ha comunicato il rigetto della domanda di Definizione agevolata

  • in assenza di piani di dilazione, è possibile presentare una nuova richiesta di rateizzazione;
  • in presenza di piani di dilazione decaduti, è possibile essere riammessi al beneficio della rateizzazione dopo aver saldato tutte le rate scadute;
  • in presenza di piani di dilazione non decaduti, è possibile proseguire con la precedente rateizzazione. 

fonte: AeR

Rimborso sanzioni Inail illegittime anni 2006-2010.

Illegittima sanzione Inail per omesso versamento contributi lavoratori in nero: ecco chi può presentare domanda di rimborso.

datori di lavoro che, per violazioni accertate nel periodo compreso tra il 2006 e il 2010, hanno pagato la maxi sanzione civile di importo minimo di 3mila euro per lavoro nero, possono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente. Quest’ultima provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza.

La norma [1] che prevedeva, in caso di omesso versamento dei contributi e premiriferiti a ciascun lavoratore in nero, una sanzione non inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.

La pronuncia di illegittimità ha efficacia retroattiva e rende pertanto rimborsabili tutte le somme che i datori di lavoro hanno versato a titolo di sanzione civile per lavoro nero, in eccesso rispetto alle corrette regole di calcolo.

Il diritto al rimborso si prescrive in 10 anni decorrenti dalla data del versamento: ciò vuol dire che chi, nella vigenza della norma dichiarata illegittima, ha pagato più del dovuto, ha dieci anni di tempo per presentare la domanda di rimborso. Nel 2017 scade il termine per coloro che hanno pagato le sanzioni nel 2007.

 Disciplina delle sanzioni Inail e sentenza Corte Costituzionale

Nel 2014 la Corte Costituzionale [2] ha dichiarato l’illegittimità della norma relativa alle sanzioni civili per lavoro nero, nella parte in cui stabiliva che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore non potesse essere inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.

A giudizio della Corte, infatti, poiché le sanzioni civili connesse all’omesso versamento di contributi e premi hanno una funzione essenzialmente risarcitoria, essendo volte a quantificare, in via preventiva e forfettaria, il danno subito dall’ente previdenziale, la previsione di una soglia minima disancorata dalla durata della prestazione lavorativaaccertata, dalla quale dipende l’entità dell’inadempimento contributivo e del relativo danno, è irragionevole e pertanto la norma è illegittima nella parte relativa alla sanzione civile.

Il regime sanzionatorio dichiarato illegittimo è stato in vigore dal 12 agosto 2006 al 23 novembre 2010.

Sanzioni civili omesso versamento contributi: regime attuale

Per le violazioni commesse a partire dal 24 settembre 2015, vige il seguente regime sanzionatorio [3]:

– In caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate: una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento.

La sanzione civile non può essere superiore al 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge.

– Qualora la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro dodici mesidal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti.

La sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi, non corrisposti entro la scadenza di legge.

Rimborso sanzione Inail illegittima

A seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale, la norma dichiarata illegittima ha cessato di avere efficacia e di conseguenza, da tale data, non può più essere applicato il regime sanzionatorio in vigore dal 12 agosto 2006 al 23 novembre 2010, che prevedeva la soglia minima di 3.000 euro della sanzione civile per ciascun lavoratore non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria.

Deve quindi essere applicato unicamente il regime sanzionatorio ordinario vigente dal 2015 (illustrato nel paragrafo precedente)

I soggetti assicuranti, che a suo tempo hanno regolarmente versato le sanzioni civili in base alla norma dichiarata illegittima, devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile ai sensi del regime vigente dal 2015 e a rimborsare la differenza.

Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento.

 Chi non può chiedere il rimborso

Per le società che risultano cancellate dal registro delle imprese, rimangono ferme le sanzioni civili già accertate e incassate, trattandosi di rapporti giuridici esauriti.

Non sono in ogni caso rimborsabili le somme per le quali il richiedente sia stato condannato al pagamento con sentenza passata in giudicato.

note

[1] Art. 36-bis, c. 7, lettera a), D.L. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248.

[2] C. Cost. sent. n. 254/2014.

[3] Art. 116, comma 8, lettera b), L. n. 388/2000.

L’Agenzia delle Entrate può prelevare dal conto corrente.

L’Ente di riscossione può pignorare il mio conto per un debito con il Fisco? Anche senza preavviso? E, in tal caso, come posso bloccare il prelievo forzato?

Ebbene, sì: lo può fare. L’Agenzia delle Entrate Riscossione può pignorare il conto corrente di un debitore che ha in sospeso una cartella esattoriale. Può farlo, purché siano passati 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento.

L’Ente della riscossione lo può fare in due modi:

quello ordinario prevista dal codice di procedura civile oppure tramite la procedura speciale esattoriale. Qual è la differenza? La differenza è che nella prima, dopo la notifica dell’atto di pignoramento al debitore e al terzo pignorato (la banca o la Posta), il creditore si deve presentare davanti al giudice che autorizza l’assegnazione delle somme pignorate. E quello che comunemente si conosce come pignoramento presso terzi previsto per tutti i crediti privati. Nella seconda procedura, invece, questa fase davanti al tribunale delle esecuzioni non c’è e tutto avviene tramite un ordine impartito dall’Agenzia delle Entrate Riscossione alla banca o alla Posta, ordine che quest’ultima deve necessariamente rispettare. Con il pignoramento viene dato al contribuente un termine di 60 giorni per adempiere. Se non lo fa, i soldi presenti sul conto corrente verranno automaticamente trasferite nelle tasche dell’Agenzia delle Entrate Riscossione.

La procedura speciale del pignoramento del conto corrente.

Quindi, come abbiamo appena detto, con l’atto di pignoramento di crediti presso terzi l’Agenzia delle Entrate Riscossione ordina al terzo ritenuto debitore del debitore (ossia la banca o Poste Italiane) di pagare direttamente all’Ente riscossore:

  • entro 60 giorni dalla notifica dell’atto, le somme per le quali il diritto alla percezione da parte del debitore sia maturato anteriormente alla data di notifica dell’atto. In caso di omesso pagamento nel termine, non è prevista alcuna sanzione nei confronti del terzo e l’Agenzia delle Entrate Riscossione potrà attivare la procedura ordinaria di pignoramento;
  • alle rispettive scadenze, le restanti somme. Il tutto fino a concorrenza del credito per il quale l’Agente della riscossione procede, degli interessi di mora e dei compensi di riscossione maturati sino al giorno del pagamento e riportati nell’atto stesso.

Nell’atto di pignoramento, inoltre, l’Agenzia delle Entrate Riscossione intima alla banca o alle Poste di non disporre dei crediti nella titolarità del debitore e quindi, ad esempio, di non pagare il debito, e lo avverte che deve custodire le somme da lui dovute e nei limiti dell’importo del credito intimato aumentato della metà.

L’Ente riscossore deve notificare l’atto di pignoramento presso terzi con le modalità previste per la cartella di pagamento, sia al debitore che al terzo.

Tuttavia, l’omessa notifica al debitore, non rende l’atto inefficace e dunque il terzo potrebbe essere tenuto ugualmente ad effettuare il pagamento, anche se il debitore avesse motivi di contestazione. Ergo: l’Agenzia delle Entrate Riscossione può farci un’improvvisata e pretendere i soldi da noi dovuti senza preavviso. Non sarà simpatico portare la nuova fidanzata a cena per la prima volta in un posto romantico, tentare di pagare con la carta di credito o con il Bancomat e sentirsi dire che non c’è disponibilità sul tuo conto corrente. 

Il pignoramento del conto senza preavviso

Ma, battute a parte, la situazione potrebbe essere ben più drammatica se il soldi non servono per fare colpo sulla nuova fidanzata ma per pagare l’affitto, la rata dell’auto o della polizza vita o, se si è padre di famiglia, per pagare la rata della scuola o il dentista dei figli o per portare a tavola qualcosa da mangiare. All’Agenzia delle Entrate Riscossione questo non interessa, perché parte dal presupposto che è stato il debitore a mettersi in quella situazione. Quindi, nessuna eccezione, nemmeno quando i soldi servono a comprare un farmaco salvavita.

Va da sé che i guai comprendono anche gli assegni firmati prima che il correntista sapesse di essere rimasto «al verde»: l’assegno non sarà pagato, verrà protestato e aggiungerà altra benzina al fuoco, perché il debitore si vedrà arrivare le relative sanzioni dalla Prefettura.

C’è, comunque, un’eccezione. Se il conto corrente contiene solo redditi di lavoro dipendente o di pensione, anche se il saldo è attivo, il pignoramento non è consentitoentro una determinata somma. In particolare, fino a 1.344,21 euro (ossia il triplo dell’assegno sociale) è vietato ogni pignoramento che potrebbe, tutt’al più, estendersi sull’eventuale eccedenza. Quindi, il contribuente che riesca a mantenere il conto entro questa soglia non deve temere alcunché. Per tutti gli accrediti successivi (di stipendio o pensione) il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/5.

Quale procedura sceglie l’Agente della riscossione?

Quando oggetto del pignoramento sono le pensioni, l’Agenzia delle Entrate Riscossione deve seguire la procedura ordinaria, negli altri casi può utilizzare quella speciale esattoriale.

Secondo la Corte Costituzionale [1], la facoltà di scelta tra due modalità di pignoramento presso terzi non lede il diritto di difesa dell’opponente né crea una rilevante disparità di trattamento tra i debitori esecutati. Sia perché questi possono in ogni caso proporre le opposizioni all’esecuzione o agli atti esecutivi, sia perché non sussiste un principio costituzionalmente rilevante di necessaria uniformità di regole procedurali.

Come evitare il pignoramento del conto corrente?

Se si vuole evitare qualche improvviso dispiacere ed evitare il blocco totale del proprio conto corrente, le scelte sono tre.

  • la prima, la più ovvia (anche se la più antipatica), pagare entro 60 giorni;
  • la seconda, chiedere una dilazione del debito (cosiddetta rateazione). L’accoglimento di tale istanza comporta la rinuncia, da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, a tutti i pignoramenti in corso, compreso quello del conto corrente, che così verrà liberato;
  • la terza, proporre opposizione all’esecuzione e pregare tutti i santi in Paradiso affinché, alla prima udienza, il giudice sospenda l’esecuzione forzata (il che però verrà fatto solo in presenza di valide e gravi ragioni su cui è fondata l’opposizione)

note

 [1] C. Cost. sent. n. 393/2008.

fonte: Il Sole 24 Ore

Dall’armonizzazione doppio calcolo per la quota vincolata degli incassi da multe.

I chiarimenti del principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria, relativi alla determinazione della quota di spesa vincolata di proventi derivanti dalle sanzioni per violazioni al Codice della strada, comportano un doppio calcolo per determinare correttamente le quote accantonate e vincolate dell’avanzo di amministrazione post riaccertamento straordinario.

Le regole in vigore 
L’articolo 208, comma 4 del Codice della strada prevede vincoli di destinazione per il 50% delle entrate relative alle sanzioni. Il principio contabile applicato 4/2, all’interno dell’esempio 4 presente nell’appendice tecnica, dedica ampio spazio alla trattazione della corretta contabilizzazione di questi proventi. In particolare, viene chiarito che la somma su cui calcolare il vincolo è rappresentata dalle sanzioni irrogate dedotto il relativo fondo crediti di dubbia esigibilità e le eventuali spese per il concessionario.

La fase di riaccertamento straordinario
Molti Comuni in passato hanno gestito queste sanzioni per cassa, ovvero accertando al momento dell’effettivo incasso in ossequio al principio generale della prudenza. Altri invece hanno iscritto le entrate per competenza sulla base dei ruoli emessi anche se non incassati. Mentre i primi non si sono mai riportati residui attivi, i secondi in fase di riaccertamento straordinario devono mantenerne l’iscrizione in assenza di differenze di imputazione. Quanto invece alla correlata spesa, in entrambi i casi, gli enti devono provvedere a cancellare il residuo passivo in assenza di un’obbligazione giuridica perfezionata, creando avanzo, ovvero conservarlo o reimputarlo in base all’esigibilità.

Dopo il riaccertamento straordinario
Una volta adeguato lo stock dei residui attivi e passivi al nuovo principio di competenza finanziaria potenziata, gli enti sono chiamati a determinare le varie quote (accantonata, vincolata, destinata e libera) dell’avanzo. Quanto alle entrate da sanzioni per violazione del Codice della strada, in particolare, i soli enti che accertavano per competenza devono provvedere al calcolo della media dei rapporti fra gli incassi in conto residui e l’importo dei residui attivi all’inizio di ognuno degli ultimi cinque esercizi, determinare il suo complemento a cento e applicarla ai residui attivi che non sono stati oggetto di riaccertamento, accantonando così una quota dell’avanzo per fondo crediti di dubbia esigibilità. Per quanto riguarda invece la quota vincolata di avanzo – essendo stato chiarito che, a regole vigenti, il 50% va calcolato sui proventi dedotto il relativo fondo crediti di dubbia esigibilità – logica vuole che si debba provvedere a ricreare extracontabilmente la serie storica di quanto si sarebbe dovuto vincolare ex articolo 208 del Codice della strada sulla base degli incassi effettivi (ovvero se si fossero applicate anche in passato le nuove indicazioni) e, al contempo, tenere in considerazione quanto della somma così determinata sia già stata utilizzata. Solo l’eventuale quota ancora sussistente deve determinare avanzo vincolato: diversamente si limiterebbe due volte la possibilità di spesa dell’Ente (sia col Fcde sia vincolando la spesa) a fronte di un’entrata del cui incasso non si è certi.

fonte: Il Sole 24 Ore.

Assegni familiari 2017: tabelle Inps aggiornate. Importi, calcolo e limite di reddito.

Assegni familiari 2017: tabelle Inps aggiornate con importi, limiti di reddito e modalità di calcolo. Ecco tutte le informazioni utili e le novità della circolare n. 87 del 18 maggio 2017.

Assegni familiari 2017: l’Inps pubblica la tabella con importi, limite di reddito e modalità di calcolo degli ANF. Con la circolare n. 87 del 18 maggio 2017 vengono note fasce di reddito e importi calcolati sulla base del numero dei componenti del nucleo familiare.

Per beneficiare degli assegni familiari 2017 ANF è necessario presentare domanda Inps al proprio datore di lavoro e rispettare specifici requisiti. L’assegno al nucleo familiare verrà infatti anticipato dal datore di lavoro direttamente in busta paga al lavoratore beneficiario, eccetto che in casi specifici in cui è l’Inps a pagarlo direttamente al beneficiario.

Gli assegni familiari 2017 vengono infatti erogati nei confronti dei contribuenti assoggettati all’imponibile Irpef che non superano determinate soglie di reddito annuo e il calcolo è effettuato sulla base dei componenti del nucleo familiare, dei redditi conseguiti, con maggiorazioni nel caso di presenza di disabili o di famiglia monogenitoriale.

Per determinare l’importo degli assegni familiari 2017 vengono presi in considerazione tre parametri: reddito del nucleo familiare, numero dei componenti della famiglia anagrafica, fasce di reddito contenute nella tabella Inps di seguito allegata e aggiornata per il periodo che intercorre tra il 1° luglio 2017 e il 31 giugno 2018.

Ecco tutte le novità, importi, limiti di reddito e calcolo degli assegni familiari 2017 sulla base della circolare Inps n. 87 del 18 maggio 2017.

Nella circolare Inps n. 87 del 18 maggio 2017 vengono confermati importi, reddito e modalità di calcolo degli assegni familiari per il 2017. Non subiscono variazioni gli indicatori necessari per il calcolo degli assegni familiari a causa della variazione in negativo dell’indice Istat.

L’importo degli assegni familiari viene determinato proprio sulla base delle tabelle Inps sull’ANF, nelle quali sono contenute le indicazioni sia sul reddito minimo necessario per richiederli che sul calcolo proporzionato al numero dei componenti del nucleo familiare.

Le tabelle Inps per il calcolo dell’assegno familiare 2017 si suddividono sulle base del nucleo familiare, ovvero:

  • nucleo familiare senza figli;
  • nucleo familiare con figli;
  • nucleo familiare senza figli minori.

Ricordiamo che gli assegni familiari vengono erogati sulla base del reddito complessivo del nucleo familiare; nel caso in cui all’interno della famiglia anagrafica siano produttori di reddito da lavoro dipendente o da pensione tutti e due i coniugi, il calcolo dovrà essere effettuato sulla base del reddito complessivo di tutti i componenti del nucleo familiare conseguito nel 2016.

Ecco di seguito la tabella Inps per il calcolo degli assegni familiari 2017 e la circolare Inps n. 87 del 18 maggio 2017.

http://www.informazionefiscale.it/IMG/pdf/circolare_numero_87_del_18-05-2017.pdf

Assegni familiari 2017: chi può richiederlo

Vista la nuova circolare Inps con importi, limiti di reddito e modalità di calcolo degli assegni familiari 2017 facciamo una sintesi su chi può richiederlo e come presentare domanda Inps.

Possono richiedere l’assegno al nucleo familiare i contribuenti che non superano le soglie di reddito indicate nelle tabelle Inps e che risultano essere:

  • lavoratori dipendenti;
  • lavoratori dipendenti agricoli;
  • lavoratori domestici;
  • lavoratori iscritti alla gestione separata;
  • titolari di pensione a carico del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, dei fondi speciali ed ex ENPALS;
  • titolari di prestazioni previdenziali;
  • lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto.

Come si è già avuto modo di ribadire, il calcolo degli assegni familiari prende come riferimento diversi fattori. Sul sito dell’Inps si legge che l’importo dell’assegno al nucleo familiare – ANF – è calcolato in base alla tipologia del nucleo familiare, del numero dei componenti e del reddito complessivo del nucleo. Sono previsti importi e fasce reddituali più favorevoli per situazioni di particolare disagio.

L’assegno familiare è di norma anticipato in busta paga da parte del datore di lavoro mentre lo paga direttamente l’Inps quando il richiedente si trova in una delle seguenti situazioni occupazionali:

  • addetto ai servizi domestici;
  • iscritto alla gestione separata;
  • operaio agricolo dipendente a tempo determinato;
  • lavoratore di ditte cessate o fallite;
  • beneficiario di altre prestazioni previdenziali.

Ricordiamo che a seguito dell’entrata in vigore della Legge Cirinnà possono beneficiare dell’assegno al nucleo familiare anche le coppie unite civilmente, i quali diritti vengono equiparati a quanto previsto per i coniugi.

Assegni familiari 2017: come presentare domanda Inps

Per beneficiare degli assegni familiari i lavoratori dipendenti o pensionati dipendenti devono presentare domanda ogni anno e comunicare eventuali variazioni nella composizione del nucleo familiare entro 30 giorni dall’evento.

Per coloro che svolgono attività di lavoro dipendente, la domanda deve essere presentata al datore di lavoro utilizzando il modulo ANF/DIP (SR16) presente sul sito dell’Inps. In questo caso gli assegni familiari 2017 e l’importo dovuto sarà anticipato dal datore di lavoro.

Possono richiedere l’assegno al nucleo familiare i contribuenti che non superano le soglie di reddito indicate nelle tabelle Inps e che risultano essere:

  • lavoratori dipendenti;
  • lavoratori dipendenti agricoli;
  • lavoratori domestici;
  • lavoratori iscritti alla gestione separata;
  • titolari di pensione a carico del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, dei fondi speciali ed ex ENPALS;
  • titolari di prestazioni previdenziali;
  • lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto.

Come si è già avuto modo di ribadire, il calcolo degli assegni familiari prende come riferimento diversi fattori. Sul sito dell’Inps si legge che l’importo dell’assegno al nucleo familiare – ANF – è calcolato in base alla tipologia del nucleo familiare, del numero dei componenti e del reddito complessivo del nucleo. Sono previsti importi e fasce reddituali più favorevoli per situazioni di particolare disagio.

L’assegno familiare è di norma anticipato in busta paga da parte del datore di lavoro mentre lo paga direttamente l’Inps quando il richiedente si trova in una delle seguenti situazioni occupazionali:

  • addetto ai servizi domestici;
  • iscritto alla gestione separata;
  • operaio agricolo dipendente a tempo determinato;
  • lavoratore di ditte cessate o fallite;
  • beneficiario di altre prestazioni previdenziali.

Ricordiamo che a seguito dell’entrata in vigore della Legge Cirinnà possono beneficiare dell’assegno al nucleo familiare anche le coppie unite civilmente, i quali diritti vengono equiparati a quanto previsto per i coniugi.

Assegni familiari 2017: come presentare domanda Inps

Per beneficiare degli assegni familiari i lavoratori dipendenti o pensionati dipendenti devono presentare domanda ogni anno e comunicare eventuali variazioni nella composizione del nucleo familiare entro 30 giorni dall’evento.

Per coloro che svolgono attività di lavoro dipendente, la domanda deve essere presentata al datore di lavoro utilizzando il modulo ANF/DIP (SR16) presente sul sito dell’Inps. In questo caso gli assegni familiari 2017 e l’importo dovuto sarà anticipato dal datore di lavoro.

Alla domanda bisognerà allegare l’Autorizzazione ANF dell’Inps nel caso di calcolo dell’assegno familiare per genitori separati o presenza di maggiorenni inabili nel nucleo familiare.

Per i lavoratori per i quali è previsto il pagamento diretto da parte dell’Istituto la domanda di assegni familiari 2017 dovrà essere inviata direttamente all’Inps in modalità telematica.

 

TASSE: LE NUOVE SCADENZE.

Tasse, le nuove scadenze.

In arrivo un cambiamento strutturale nel calendario delle scadenze fiscali in merito alla dichiarazione dei redditi e al saldo delle imposte.
Tra le novità di quest’anno che riguardano in prima persona il cittadino, una delle più importanti è lo slittamento dei termini per pagare le imposte.

Il decreto fiscale 2016 [1], difatti, ha introdotto delle nuove scadenze per il pagamento delle tasse: in particolare, il governo ha disposto “a regime”, cioè in modo permanente, il differimento dei termini di versamento delle imposte derivanti dalle dichiarazioni dei redditi.

È in atto, dunque, una vera e propria rivoluzione nel calendario delle scadenze fiscali: le nuove disposizioni, entrate in vigore quest’anno, mirano ad evitare il caos che fino allo scorso anno si è costantemente creato, con termini troppo stringenti da un lato e proroghe incerte sino all’ultimo minuto dall’altro.

Cambiano perciò in modo strutturale le scadenze per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi modello Unico (ora modello Redditi 2017), modello 730, Irap e la dichiarazione Iva, coi rispettivi termini di versamento.

Modello Unico: redditi 2017

Con l’introduzione dei nuovi termini di pagamento, la scadenza per il versamento del saldo e del primo acconto dell’Irpef, Ires, Irap, cioè delle imposte che risultano dalla dichiarazione Redditi 2017 (ex modello Unico), slitta al 30 giugno anziché al 16 dello stesso mese. Allo stesso modo viene anche stabilito che i termini possono essere prorogati fino al 30 luglio, anziché del 16 luglio, versando una maggiorazione dello 0,40.

Queste nuove disposizioni valgono sia per le persone fisiche che per le società di persone (in relazione all’Irpef); valgono inoltre in caso di operazioni straordinarie, eseguite da persone fisiche o società, effettuate prima del 31 dicembre dell’anno per il quale viene presentata la dichiarazione dei redditi.

Le nuove disposizioni non sono, invece, valide nel caso in cui si verifichi la cessazione dell’attività di una società di persone, senza che venga messa in atto la procedura di liquidazione, oppure se si verifica lo scioglimento di una società per mancata ricostituzione della pluralità dei soci entro 6 mesi. In questi due casi vengono applicati i termini ordinari, senza prendere in considerazione le nuove disposizioni di scadenza.

È bene precisare che per tutte le società (e per gli altri soggetti Ires) che approvano il bilancio o il rendiconto a giugno o a luglio i termini di pagamento delle imposte sono leggermente diversi: c’è tempo per il versamento fino al 31 luglio, invece del 16 luglio. Allo stesso modo le tempistiche si allungano al 31 agosto, invece del 22 agosto, per chi versa con la maggiorazione dello 0,40.

Modello 730

Novità anche sul fronte delle scadenze per i versamenti relativi alla dichiarazione dei redditi dei lavoratori dipendenti effettuata con modello 730.

La trasmissione telematica del modello 730 deve essere infatti effettuata entro il 23 luglio, per chi si avvale del modello 730 precompilato. Questo nuovo termine è valido anche per i professionisti abilitati e i caf, ma solo se entro il 7 luglio effettuano la trasmissione di almeno l’80% delle dichiarazioni.

Conguagli da 730

Ai soggetti che presentano una dichiarazione 730 a debito, in assenza di un sostituto d’imposta che possa effettuare i conguagli, si applicano gli stessi termini applicati alle persone fisiche.

Proroghe dei termini: quali versamenti

Le proroghe riguardano:

addizionali Irpef;
Ivie e Ivafe;
addizionali e maggiorazioni Ires;
contributo di solidarietà;
diritto annuale Cciaa;
Iva dovuta per l’adeguamento agli studi di settore;
imposte sostitutive per i contribuenti minimi o forfettari;
acconto del 20% sui redditi soggetti a tassazione separata;
contributi Cipag (geometri);
maggiorazione del 3% per l’adeguamento agli studi di settore;
contributi Inps Ivs e gestione separata.
Nessun differimento, invece, per:

il versamento del secondo acconto Irpef, Ires e Irap, che rimane fissato al 30 novembre;
l’Imu e la Tasi;
l’imposta sostitutiva sull’affrancamento delle partecipazioni;
l’imposta sostitutiva per l’assegnazione dei beni ai soci;
l’imposta sostitutiva per l’estromissione agevolata degli immobili strumentali degli imprenditori individuali.
Comunicazioni Iva

Notevoli i cambiamenti che riguardano le dichiarazioni e le comunicazioni Iva nel 2017. Escludendo le particolarità relative ad alcune specifiche categorie di contribuenti, per i quali adempimenti e scadenze sono diversi, riassumiamo i principali obblighi per la generalità dei contribuenti.

dichiarazione Iva: dal 2017 la dichiarazione Iva si presenta separatamente rispetto al modello Unico, come già detto; la scadenza è fissata al 28 febbraio, ma è possibile presentarla nei 90 giorni successivi con ravvedimento; dal 2018 i termini per la presentazione dovrebbero però variare ancora una volta;
liquidazioni periodiche Iva: i termini entro cui comunicare i dati relativi alle liquidazioni periodiche Iva (comunicazione telematica dei dati contabili riepilogativi delle liquidazioni periodiche Iva effettuate) sono fissati, al momento, il 31 maggio, il 18 settembre, il 30 novembre e il 28 febbraio;
comunicazioni dati Iva: il nuovo spesometro, con il maxiemendamento al Milleproroghe 2017, è stato posticipato al 18 settembre 2017 per il primo semestre dell’anno e al 28 febbraio 2018 per il secondo semestre; a regime le scadenze saranno 31 maggio, 16 settembre, 30 novembre e 28 febbraio.
Cedolare secca

Per quanto riguarda la cedolare secca il pagamento del saldo dell’imposta segue gli stessi termini che sono stati fissati per il versamento Irpef. Pertanto le scadenze prorogate al 30 giugno, invece che al 16 giugno; un mese in più anche per chi versa con la maggiorazione dello 0,40 che ha tempo di effettuare i pagamenti fino al 30 luglio, invece del 16 luglio.

note
[1] Dl 193/2016.

Bonus strumenti musicali nuovi 2017.

Bonus strumenti musicali nuovi nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate. Agevolazione fino a 2.500 euro e fino al 65% dell’importo.

Bonus strumenti musicali nuovi nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n.6/E di venerdì 31 marzo 2017. Novità ci sono per i soggetti beneficiari dell’agevolazione, in quanto se nel 2016 l’agevolazione era riservata agli studenti iscritti ai corsi di strumento del triennio e del precedente ordinamento dei conservatori di musica e degli istituti musicali pareggiati, quest’anno riguarda gli iscritti a:

  • tutti i corsi dei conservatori
  • tutti gli istituti musicali pareggiati,
  • tutti i licei musicali e coreutici (sezioni musicali), alle istituzioni di formazione musicale e coreutica autorizzate a rilasciare titoli di alta formazione artistica, musicale e coreutica ai sensi dell’articolo 11 del regolamento di cui al Dpr n. 212/2005, limitatamente ai corsi riconosciuti dal Miur.

Per fruire del contributo, gli studenti devono essere in regola con il pagamento delle tasse e dei contributi dovuti per l’iscrizione all’anno 2016-2017 o all’anno 2017-2018. Sono ammessi al beneficio anche gli studenti che avevano fruito del bonus l’anno scorso, ai quali può essere riconosciuto un contributo al netto dell’importo già fruito.

Per il 2017 è stato aumentato anche il tetto massimo di sconto che passa a 2.500, che può coprire fino al 65% del prezzo finale dello strumento, comprensivo di Iva. Per ottenerlo, lo studente deve richiedere all’istituto un certificato di iscrizione che riporti i seguenti dati:

  • cognome,
  • nome,
  • codice fiscale,
  • corso e anno di iscrizione,
  • strumento musicale coerente con il corso di studi) che consegnerà al rivenditore all’atto dell’acquisto. 

Nel bonus rientra l’acquisto di un solo strumento musicale nuovo o anche di un singolo componente, come ad esempio il piatto di una batteria, mentre sono esclusi i beni di consumo, come corde o ance.

fonte: Il Sole 24 Ore

 

Tornano i bonus asili nido.

L’Inps ripristina i voucher baby sitter con l’autorizzazione del Ministero del lavoro. Torna pienamente funzionante il Bonus asili nido della legge 92 2012.

I voucher per i servizi di baby sitting continueranno ad essere erogati nonostante il Governo abbia li cancellati con il decreto legge 25/2017. L’Inps a seguito delle indicazioni arrivate dal ministero del Lavoro e dal Dipartimento politiche per la famiglia. ha comunicato  che continuerà a erogare il bonus baby sitting anche tramite voucher.
Il bonus per l’infanzia detto anche bonus asili nido- baby sitting era stato  introdotto in via sperimentale con la Riforma del Mercato del Lavoro anche detta Legge Fornero (articolo 4, comma 24, lettera b), della legge 92/2012), per il triennio 2013-2015, poi rinnovato nell’anno 2016 dalla legge 208/2015 ed ulteriormente prorogato per un ulteriore biennio, sino al 31 dicembre 2018, dalla recente legge di bilancio per il 2017.  

Si può utilizzare in alternativa al congedo parentale facoltativo dopo la maternità obbligatoria e consiste in un contributo di 600 euro mensili per riprendere il lavoro e pagare l’asilo nido o la baby sitter nel proprio domicilio. Nel primo caso l’INPS si fa carico di pagare direttamente la retta dell’asilo, nel secondo caso si utilizzavano i voucher, erogati gratuitamente alla famiglia dall’Inps  per pagare la persona incaricata di prendersi cura del bambino.

L’abrogazione dei voucher lavoro accessorio aveva portato nelle scorse settimane alla sospensione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro per il servizio di baby sitting, lasciando però attivo il bonus per il pagamento degli asili nido. Ora  con Comunicato 30 marzo 2017, l’INPS ha reso noto è stato richiesto al Ministero del Lavoro e al Dipartimento Politiche per la Famiglia se debbano essere introdotti strumenti alternativi di erogazione del beneficio. E il ministero ha deciso di ripristinare la possibilità di emissione dei voucher lavoro solo per questo fine. l’Inps, continuerà dunque a erogare il beneficio con  le  modalità già in uso negli anni passati. Si attende a breve una circolare  di chiarimenti 

fonte INPS

5 per mille arretrati: come ottenerli.

l Ministero del lavoro pubblica le istruzioni per ricevere i contributi precedenti all’annualità 2013 nel caso le associazioni non abbiano comunicato l’IBAN corretto o abbiano omesso altri dati bancari. Procedure non semplici, ma che vale la pena di tentare. A disposizione anche una mail per avere chiarimenti

State ancora aspettando di incassare il 5 per mille di annualità precedenti al 2013 e non sapete come fare? Non disperate. Il Ministero del Lavoro pensa a voi e ha messo a disposizione una pagina (http://www.lavoro.gov.it/notizie/Pagine/Cinque-per-mille-avviata-la-procedura-per-il-pagamento.aspx) in cui spiega  che è stata avviata la procedura per il pagamento del 3° ordinativo dell’anno 2014. Sia chiaro, la responsabilità non è del ministero, ma nella stragrande maggioranza dei casi degli enti beneficiari, che omettono di comunicare i dati bancari o li comunicano errati, o cambiano banca di anno in anno senza aggiornare gli Iban. C’è da dire anche che aspettare due anni per ricevere il contributo non è da paese normale, e attenderne quattro o cinque è addirittura assurdo. Ma meno male che gli strumenti per sanare la situazione esistono, come spiega appunto il Ministero.
Normalmente, si legge sul sito, dopo aver pubblicato gli elenchi degli aventi diritto l’Agenzia delle Entrate trasmette al Ministero del Lavoro gli elenchi stessi completi di IBAN dei conti corrente per poter effettuare i bonifici (di solito 4). Da questi elenchi mancano però ovviamente gli enti che non hanno comunicato le coordinate, e gli enti il cui pagamento è sospeso in attesa dell’esito dei controlli sui requisiti di ammissibilità. Chi non ha comunicato l’IBAN perchè non ha un conto corrente e ha diritto a meno di 1000 euro si vedrà erogato il contributo direttamente dal Ministero del Lavoro in contanti presso la cassa della Tesoreria provinciale della Banca d’Italia. Gli altri enti cosiddetti “NoIBAN” devono inoltrare apposita richiesta al Ministero stesso (modulo NoIBAN), come spiegato appunto nella stessa pagina.
Chi invece ha modificato il codice IBAN nel corso dell’anno e non lo comunica all’Agenzia delle Entrate, vedrà parcheggiato il proprio contributo su un conto speciale presso la Banca d’Italia o presso l’Ispettorato Generale per la Finanza delle Pubbliche Amministrazioni (IGEPA) dove resta disponibile per il pagamento fino al termine all’esercizio finanziario successivo a quello in cui è stato stornato. Oltre tale termine, spiega il Ministero, i contributi residui non pagati non sono più disponibili sul bilancio dello Stato, ma non sono persi, in quanto iscritti tra le passività del patrimonio dello Stato e potranno essere erogate entro i dieci anni successivi dietro richiesta di reiscrizione in bilancio del legale rappresentante dell’ente.
Non avete capito granchè? Non preoccupatevi. A vostra disposizione, oltre a una ricca sezione modulistica, c’è anche un indirizzo email a cui scrivere per avere delucidazioni.

Eccolo Quesiti5perMille@lavoro.gov.it

Cinque per mille, iscrizione automatica.

Una circolare dell’agenzia delle Entrate, la 5/E del 31 marzo u.s., fa il punto sulle ultime novità normative (Dpcm 7 luglio 2016) relative al cinque per mille e traccia il percorso facilitato per l’iscrizione al beneficio. In particolare, il documento di prassi descrive la nuova modalità di iscrizione, che cancella l’onere di ripresentare annualmente la domanda per gli enti regolarmente iscritti, e fissa la tabella di marcia per il 2017, primo anno di applicazione delle semplificazioni.

Arriva inoltre il nuovo elenco permanente degli iscritti al 5 per mille, che sarà pubblicato tutti gli anni dall’Agenzia.

La procedura semplificata. In particolare, il decreto ha adeguato la procedura di iscrizione al beneficio alla stabilizzazione del contributo. Viene quindi meno per gli enti regolarmente iscritti, fermi restando i requisiti per l’accesso al beneficio l’onere di presentare tutti gli anni la domanda di iscrizione e la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà. Tali enti, che non sono tenuti a ripetere la procedura, sono inseriti “d’ufficio”, a partire dall’anno successivo a quello di iscrizione, in un apposito elenco, che sarà integrato, aggiornato e pubblicato sul sito dell’Agenzia delle Entrate entro il 31 marzo di ogni anno. Resta l’obbligo di presentare una nuova dichiarazione sostitutiva in caso di variazione del rappresentante legale. Nulla cambia per gli enti che richiedono per la prima volta l’accesso al beneficio e per quelli che non sono inseriti nell’elenco: per loro l’iscrizione passerà, infatti, per le regole ordinarie (Dpcm 23 aprile 2010).

5 per mille 2017, accesso easy per chi si è iscritto nel 2016. La circolare ricorda che per il 2017 si considerano regolarmente iscritti:
– gli enti del volontariato che hanno presentato domanda di iscrizione all’Agenzia entro il 9 maggio 2016 e dichiarazione sostitutiva alla Direzione regionale entro il 30 giugno 2016;
– gli enti della ricerca scientifica e dell’università che hanno effettuato l’iscrizione in via telematica al Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca entro il 30 aprile 2016 e trasmesso la dichiarazione sostitutiva entro il 30 giugno 2016;
– gli enti delle ricerca sanitaria che hanno trasmesso domanda e dichiarazione al Ministero della Salute entro il 30 aprile 2016;
– le associazioni sportive dilettantistiche che hanno presentato istanza di iscrizione all’Agenzia entro il 9 maggio 2016 e dichiarazione sostitutiva al Coni entro il 30 giugno 2016.

L’iscrizione è considerata valida anche quando la domanda e/o la relativa documentazione integrativa sono state trasmesse entro il 30 settembre 2016 (con versamento della sanzione di 250 euro). L’elenco degli iscritti sarà pubblicato oggi sul sito dell’Agenzia: eventuali errori o variazioni potranno essere segnalati entro il 22 maggio, mentre ci sarà tempo fino al 30 giugno 2017 per presentare la dichiarazione sostitutiva in caso di variazione del rappresentante legale.

L’agenda per le nuove iscrizioni – Devono invece seguire la tradizionale tabella di marcia gli enti di nuova costituzione, quelli che non si sono iscritti nel 2016 e gli enti non inclusi nell’elenco che sarà pubblicato (perché non regolarmente iscritti o privi dei requisiti nel 2016). In particolare, con riferimento alle domande di iscrizione gestite dalle Entrate:
– gli enti del volontariato dovranno presentare all’Agenzia l’istanza telematica entro l’8 maggio 2017 (termine prorogato in quanto il 7 maggio 2017 è
domenica) e la successiva dichiarazione sostitutiva entro il 30 giugno 2017;

“I nuovi enti del volontariato dovranno presentare all’Agenzia l’istanza telematica entro l’8 maggio 2017 ”

 

– le associazioni sportive dilettantistiche dovranno presentare l’istanza telematica all’Agenzia entro l’8 maggio 2017 e la dichiarazione sostitutiva all’ufficio del Coni territorialmente competente entro il 30 giugno 2017.

fonte: Il Sole 24 Ore