SPORT: BONUS e AGEVOLAZIONI 2018

Sport: ecco tutti i bonus e le agevolazioni

Vediamo quali sono le agevolazioni ed i bonus che il disegno di legge di bilancio 2018 destina al mondo dello sport

Sono noti gli innumerevoli benefici che ha l’attività sportiva sulla nostra mente e su nostro corpo. Praticare sport in modo regolare rappresenta un importantissimo strumento non solo per migliorare l’aspetto esteriore, ma anche e soprattutto per combattere molte gravi patologie, quali l’obesità, il diabete, l’infarto, l’ipertensione, l’ictus ecc. Lo sport svolge, poi, un ruolo di primaria importanza nella gestione dello stress: l’attività sportiva contribuisce a dare significativi benefici alla salute e al benessere fisico e psichico in generale (riguardo all’importanza della figura del personal trainer e alle qualifiche che devono essere posseduti dagli istruttore delle palestre, leggi: Palestre: le qualifiche per diventare istruttori). Probabilmente la constatazione del preoccupante livello di sedentarietà registrato recentemente in Italia (nel 2016 la percentuale di coloro che non hanno praticato alcuno sport né hanno fatto attività fisica è stata stimata intorno al 39,2%) unito alla presa di coscienza della sempre maggiore diffusione delle malattie sopra ricordate, ha spinto il Governo ad introdurre nel disegno di legge  di bilancio 2018 numerose agevolazioni relative al  mondo dello sport, non solo agonistico ma anche dilettantistico. Scopriamo di seguito quali sono le agevolazioni che il Governo intende concedere al mondo dello sport, con particolare riferimento allo sport dilettantistico.

Società sportive dilettantistiche con scopo di lucro

Nel disegno di legge (d.d.l.) di bilancio 2018 si prevede la creazione delle società sportive dilettantistiche con scopo di lucro. Questa rappresenta una importante novità rispetto al sistema attualmente vigente, nel quale l’esercizio in forma associata di attività sportive dilettantistiche svolta nella forma giuridica societaria comporta le seguenti peculiarità: il fine sociale non deve essere lucrativo e i proventi che derivano dalla società non possono essere divisi dai soci nemmeno in modo indiretto [1]. Queste nuove forme societarie a scopo di lucro, qualora dovessero essere riconosciute dal Coni(Comitato Olimpico Nazionale Italiano), possono usufruire del vantaggio del dimezzamento dell’imposta sul reddito, nel rispetto di quanto previsto a livello europeo [2] per i cosiddetti “aiuti de minimis (aiuti di Stato di modesta entità, i quali non dovrebbero provocare notevoli distorsioni della concorrenza).

Lo “sport bonus”: cos’è e a chi viene riconosciuto

Dal 2018 sarà molto più conveniente investire in palestre. Viene riconosciuto, infatti, il cosiddetto “sport bonus“, vale a dire un credito d’imposta (cioè un credito del contribuente nei confronti dell’erario dello Stato) a tutte le imprese che effettuino erogazioni liberali fino a 40mila euro nell’anno 2018 per interventi di restauro oristrutturazione di impianti sportivi pubblici, anche qualora questi siano stati dati in concessione a soggetti privati. Tale credito di imposta, nei limiti del 3 per mille dei ricavi annui, verrà riconosciuto nella misura del 50% dell’importo erogato e comunque nel limite complessivo di spesa pari a 10milioni di euro. Il soggetto al quale sarà riconosciuto lo sport bonus dovrà comunicare immediatamente all’Ufficio per lo Sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri l’ammontare delle somme ricevute e la loro destinazione; dovrà, altresì, provvedere a darne adeguata pubblicità attraverso l’utilizzo di mezzi informatici. Inoltre, entro il 30 giugno di ogni anno successivo a quello  dell’erogazione e fino al momento in cui i lavori di ristrutturazione saranno ultimati,  il soggetto beneficiario del bonus in questione dovrà comunicare all’Ufficio per lo Sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri lo stato di avanzamento dei lavori, anche mediante una rendicontazione delle modalità di utilizzo delle somme erogate.

Fondo «Sport e periferie»: in arrivo uno stanziamento di 10milioni di euro

A decorrere dal 2018, inoltre, è previsto uno stanziamento di 10milioni di euro per il fondo «Sport e periferie». Tali risorse verranno assegnate all’Ufficio per lo Sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È compito del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze,  adottare (entro 120 giorni dell’entrata in vigore della legge di bilancio) un decreto che individui i criteri e le modalità di gestione delle risorse assegnate all’Ufficio dello Sport, nel rispetto delle seguenti finalità, individuate dalla legge [3]:

  • ricognizione degli impianti sportivi esistenti sul territorio nazionale;
  • realizzazione e  rigenerazione  di  impianti  sportivi destinate all’attività agonistica  nazionale,  localizzati  nelle aree svantaggiate del Paese e nelle periferie urbanenonché diffusione  di attrezzature sportive nelle stesse aree, con l’obiettivo di  rimuovere gli squilibri economici e sociali ivi esistenti;
  • completamento e adeguamento di impianti  sportivi  esistenti, con destinazione all’attività agonistica nazionale e internazionale.

Innalzamento della soglia di indennità, rimborsi forfettari, premi e compensi  che non concorrono a formare il reddito

Altra rilevante disposizione riguarda la soglia delle indennità, dei rimborsi forfettari, dei premi e dei compensi connessi all’attività sportiva dilettantistica che non concorrono a formare il reddito: è previsto un innalzamento da 7.500 euro a 10mila euro annuali.

Il “Fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo italiano”

Viene, inoltre, istituito il “Fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo italiano”, con dotazione di 12milioni per il 2018, di 7milioni di euro per il 2019, di 8,2milioni di euro per il 2020 e di 10,5milioni di euro per il 2021. Queste risorse devono finanziare progetti connessi ad una delle finalità di seguito indicate:

  • incentivare l’avviamento all’esercizio della pratica sportiva delle persone disabilimediante l’uso di ausili per lo sport;
  • sostenere la realizzazione di eventi calcistici di rilevanza internazionale;
  • sostenere la realizzazione di altri eventi sportivi di rilevanza internazionale;
  • sostenere la maternità delle atlete non professioniste;
  • garantire il diritto all’esercizio della pratica sportiva quale insopprimibile forma di svolgimento della personalità del minore, anche attraverso la realizzazione di campagne di sensibilizzazione.

note

[1] Art. 90, comma 18, L. 289/2002 come modificato dall’art. 4, comma 6ter della legge 128/2004.

[2] Regolamento UE 1407/2013 della Commissione del 18 dicembre 2013.

[3] Art. 15, comma 2, lettere a), b) e c), del D.L. 185/2015 convertito, con modificazioni, dalla L. 9/2016.

fonte: Il Sole 24 Ore

BONUS VERDE

 il bonus verde per giardini e terrazzi

In arrivo il bonus verde per giardini e terrazziManovra 2018: ecco come funziona il bonus verde per balconi, giardini e terrazzi anche in condominio.

Buone notizie per chi desideri creare o voglia sistemare un angolo di verde sul proprio terrazzo o nel proprio giardino. È in arrivo, infatti, i cosiddetto bonus verde. La nuova agevolazione spetterà per la sistemazione “a verde” di balconiterrazzilastrici solari, sia privati checondominiali. Vediamo, dunque, come funziona il bonus verde, quali le agevolazioni e le detrazioni previste per gli amanti di piante e giardinaggio.

Bonus verde: cos’è

È in arrivo il bonus per il cosiddetto verde urbano. In sostanza, il bonus consisterà in uno sconto fiscale del 36% per interventi su giardini, terrazzi, balconi. Lo sconto riguarderà chi desideri creare o “sistemare” un angolo verde sul proprio terrazzo o sul proprio giardino, acquistando nuove piante. La detrazione si applicherà anche per quanto concerne le relative spese di progettazione  e manutenzione del verde impiantato. Potranno usufruire del bonus anche coloro i quali vogliono installare impianti di irrigazione o procedere alla realizzazione di pozzi.

Bonus verde: quanto si “risparmia”?

A partire dall’anno prossimo, si potrà detrarre il 36% delle spese documentate relative al cosiddetto verde urbano e ciò fino ad un massimo di 5mila euro per ogni unità immobiliare. Gli sconti fiscali saranno ripartiti in 10 quote annuali. Secondo le prime stime, la manovra ha un potenziale bacino di 1,2 miliardi.

Bonus verde: per cosa usarlo?

Il bonus verde sarà utilizzabile per la sistemazione “a verde” di aree scoperte private di edifici esistenti, di unità immobiliari, di pertinenze o recinzioni. La misura, quindi, interesserà terrazzi, balconi ed anche i giardini condominiali. Il bonus varrà anche per i giardini pensili e coperture, per la messa a dimora di piante ed arbusti. Gli interventi potranno esse eseguiti in villevillini, palazzi di pregio ed anche in normalissimi condomini.

fonte: Il Sole 24 Ore

BONUS MOBILI e ARREDI 2018

Manovra 2018: ecco come funziona il bonus per l’acquisto di arredi e di grandi elettrodomestici.

Nella legge di Bilancio 2018 sono previste numerose agevolazioni per il cittadino. 

Bonus mobili 2018: cos’è?

Il bonus mobili (anche detto bonus arredi) è un’agevolazione consistente nella possibilità di detrarre dall’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche) i costi sostenuti per l’acquisto di arredi e grandi elettrodomestici, destinati ad allestire un’abitazione oggetto di ristrutturazione.

Bonus mobili 2018: quanto si detrae dall’Irpef?

La detrazione Irpef di cui si può usufruire ammonta al 50% e il limite massimo di spesaammessa in detrazione è di 10mila euro, che viene ripartito in 10 rate annuali di pari importo. Si pensi a colui che spende una somma di 10mila euro in arredi e grandi elettrodomestici: questi potrà ottenere una detrazione Irpef di 5mila euro, ripartita in 10 rate annuali da 500 euro; lo sconto sulle tasse di cui potrà usufruire il soggetto in questione avrà, pertanto, una durata di 10 anni.

Bonus mobili 2018: chi può usufruirne?

Possono usufruire del bonus mobili 2018 coloro che abbiano iniziato a ristrutturare casa il 1° gennaio 2017 o che vi si dedicheranno nel 2018. Che succede, invece, se i lavori sono stati effettuati nel 2016? Colui che ha ristrutturato casa durante lo scorso anno dovrà affrettarsi a comprare gli arredi e i grandi elettrodomestici entro fine 2017, in quanto non potrà più godere della detrazione Irpef per gli acquisti che effettuerà nel 2018. Per ottenere il bonus è, dunque, necessario che la data dell’inizio dei lavori di ristrutturazione sia precedente a quella in cui si acquistano i beni, mentre non rileva il fatto che le spese di ristrutturazione siano state effettivamente  sostenute prima di quelle per l’allestimento della casa.

Bonus mobili 2018: quali sono i mobili inclusi?

Si può usufruire del bonus in questione, per l’acquisto dei seguenti mobili:

  • Arredi nuovi, come le librerie, le scrivanie, i letti, gli armadi, le cassettiere, i comodini, i divani, poltrone, i tavoli, le sedie, le credenze, i materassi, gli apparecchi di illuminazione ecc. Attenzione: non è oggetto del bonus mobili 2018 l’acquisto di porte e pavimentazioni (come il parquet), tende e tendaggi e altri componenti di arredo.
  • Elettrodomestici nuovi, come i frigoriferi, i congelatori, la lavastoviglie, gli apparecchi di cottura, le lavatrici, le asciugatrici, le stufe elettriche, i forni a microonde, le piastre riscaldanti elettriche, i radiatori elettrici, gli apparecchi elettrici di riscaldamento, gli apparecchi per il condizionamento, i ventilatori elettrici ecc. La classe energetica di tali elettrodomestici non deve essere inferiore alla A+ (A per i forni). Ci si chiede: come è possibile sapere a quale classe energetica appartiene l’elettrodomestico? Ottenere tale informazione è abbastanza semplice: è necessario leggete l’etichetta energetica. E se l’elettrodomestico è privo di etichetta? In questo caso, l’acquisto sarò agevolato, purché per essi non ne sia stato ancora previsto l’obbligo di presentare l’apposita etichetta.

Si precisa che è possibile includere tra le spese da portare in detrazione anche quelle relative al trasporto e al montaggio dei beni.

Bonus mobili 2018: come va effettuato il pagamento dei beni?

Al fine di ottenere il bonus mobili è necessario aver effettuato o effettuare i pagamenti con bonifico o carta credito o di debito (bancomat). In caso di utilizzo della carta di credito o di debito, la data di pagamento coincide con il giorno di utilizzo della carta da parte del suo titolare, che è indicata nella ricevuta di transazione (non rileva, pertanto, il giorno di addebito sul conto corrente). Attenzione: non è possibile pagare tramite assegno bancario, contanti o altri mezzi di pagamento. Quanto appena detto vale anche per il pagamento delle spese di trasporto e di montaggio dei beni.

Bonus mobili 2018: quali sono i documenti necessari?

Colui che vuole ottenere la detrazione Irpef prevista dal bonus dovrà premurarsi di conservare i seguenti documenti:

  • ricevuta del bonifico, dal quale emerga la causale del versamento, la data nonché il numero della fattura, i dati del richiedente la detrazione (il quale può anche essere diverso dall’ordinante), il codice fiscale del beneficiario;
  • ricevuta di avvenuta transazione (per i pagamenti con carta di credito o di debito);
  • documentazione di addebito sul conto corrente;
  • fatture di acquisto dei beni, riportanti la natura, la qualità e la quantità dei beni e dei servizi acquisiti,
  • dichiarazione di ristrutturazione oppure titolo abilitativo comunale da cui risulti la data di inizio lavori. Qualora l’intervento non ne preveda l’obbligatorietà, è sufficiente una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.ù

fonte: Il Sole 24 Ore

TARI: ecco come va calcolata la parte variabile della tariffa.

Il dipartimento delle Finanze precisa che con riguardo alle pertinenze dell’abitazione va computata una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica
Arrivano i chiarimenti sull’applicazione della tassa sui rifiuti (Tari) relativa alle utenze domestiche. Con la circolare n. 1/DF del 20 novembre 2017, il dipartimento delle Finanze del Mef fornisce, in particolare, chiarimenti sul calcolo della parte variabile della stessa.
 
La questione, sollevata in sede di interrogazione parlamentare, attiene al dubbio circa il se la quota variabile della Tari debba essere calcolata una sola volta anche nel caso in cui la superficie di riferimento dell’utenza domestica comprenda quella delle pertinenze dell’abitazione.
Il dubbio è sorto poiché è risultato che le amministrazioni locali in alcune circostanze hanno calcolato l’importo della tassa considerando la quota variabile in relazione sia all’abitazione sia alle pertinenze. Attraverso questa modalità di calcolo la somma dovuta risulta molto più elevata rispetto a quella che emergerebbe computando la quota variabile una volta sola rispetto alla superficie totale.
 
Determinazione della tariffa: la normativa di riferimento
La tariffa della Tari è articolata nelle fasce di utenza domestica e non domestica e i criteri per la sua determinazione sono dettati dall’apposito regolamento adottato con il Dpr 158/1999, in base al quale essa è composta da:

  • parte fissa – determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio
  • parte variabile – rapportata alle quantità di rifiuti conferiti. 

Più specificamente, per le utenze domestiche:

  • la parte fissa è determinata in base alla superficie e alla composizione del nucleo familiare
  • la parte variabile è rapportata alla quantità di rifiuti indifferenziati e differenziati specificata per kg, prodotta da ciascuna utenza (tuttavia, nel caso di impossibilità di misurazione dei rifiuti per singola utenza, è previsto che essa venga determinata applicando uno specifico coefficiente di adattamento). 

I chiarimenti del Dipartimento
Nella circolare 1/DF viene innanzitutto sottolineato che, in analogia con i principi stabiliti per la Tares (tributo comunale sui rifiuti e sui servizi), per il calcolo della tariffa della Tari la nozione di utenza domestica “deve intendersi comprensiva sia delle superfici adibite a civile abitazione sia delle relative pertinenze”.
Ciò posto, la circolare evidenzia che:

  • la quota fissa di ciascuna utenza domestica deve essere calcolata moltiplicando la superficie dell’alloggio sommata a quella delle relative pertinenze per la tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa
  • la quota variabile è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato come tale alla parte fissa. 

Pertanto, con riguardo alle pertinenze dell’abitazione, la quota variabile deve essere computata una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica.
 
Un metodo di calcolo che prevede di sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze non ha alcun fondamento normativo e determina un aumento ingiustificato dell’importo della Tari.
 
Il rimborso
Definito il metodo corretto per il calcolo, la circolare precisa che i contribuenti che riscontrano conteggi errati da parte dei comuni (o dei gestori del servizio rifiuti) possono chiedere il rimborso degli importi indebitamente pagati. Il rimborso, peraltro, è ammissibile solo per gli anni a partire dal 2014 (anno in cui la Tari fu istituita); di conseguenza, non è ammesso per la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu).
 
Inoltre, chiarisce la circolare, non si può presentare istanza di rimborso se i comuni, che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico, hanno introdotto, in luogo della Tari, una tariffa avente natura corrispettiva.

L’istanza di rimborso deve essere presentata entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento e deve contenere:

  • tutti i dati necessari a identificare il contribuente
  • l’importo versato
  • l’importo di cui si chiede il rimborso
  • i dati identificativi della pertinenza che è stata computata erroneamente nel calcolo.

fonte: Il Sole 24 Ore, MEF.

Imu e Tasi, saldo il 18 dicembre.

Scade il prossimo 18 dicembre il termine per effettuare il versamento del saldo Imu e Tasi 2017. Lo ricorda il Dipartimento delle Finanze con un comunicato pubblicato ieri sul proprio sito internet. Quest’anno il termine previsto per legge, cioè il 16 dicembre, scade di sabato e quindi il versamento può essere rinviato al lunedì successivo, il 18 dicembre per l’appunto.

Nel comunicato di ieri il Mef richiama le FAQ pubblicate lo scorso anno in occasione della scadenza del saldo Imu e Tasi 2016, alle quali fare riferimento considerato che la disciplina è rimasta invariata. 

Il Dipartimento delle Finanze precisa comunque le tre condizioni che devono sussistere per poter applicare le aliquote deliberate dai comuni nel 2017: 1) la delibera deve essere stata adottata entro il 31 marzo 2017, termine fissato quest’anno per l’adozione del bilancio di previsione; 2) la delibera deve essere stata pubblicata sul sito delle Finanze entro il 28 ottobre 2017 (i comuni sono obbligati a curare l’invio entro il termine perentorio del 14 ottobre); 3) l’aliquota fissata per la singola fattispecie impositiva non deve essere aumentata rispetto a quella applicabile nel 2015. 

Sul terzo punto il Mef evidenzia che dal 2016 è stato introdotto il “blocco” dei tributi, per cui non è possibile aumentare le aliquote di Imu e Tasi, a pena di inefficacia delle stesse. Fatti salvi però i casi di comuni che hanno deliberato il dissesto e il predissesto finanziario.

Anche in caso di violazione dei termini previsti dai punti 1) e 2) prima indicati, i contribuenti devono prendere in considerazione le aliquote dell’anno 2016, trattandosi di adempimenti previsti a pena di inefficacia delle delibere tardivamente adottate dall’ente oppure tardivamente inviate al Ministero.

fonte: MEF

Bonus fiscale: affitti agli studenti

A passare in rassegna le (spesso) incomprensibili formulazioni degli emendamenti, si possono anche trovare buone notizie. È il caso del correttivo al decreto fiscale approvato dalla commissione Bilancio del Senato che riguarda gli affitti degli studenti universitari fuori sede. Già perché lo sconto fiscale (una detrazione dall’Irpef del 19%) potrà riguardare molti più contribuenti rispetto ai 249mila dell’ultimo monitoraggio disponibile (numero molto esiguo). In realtà in questo caso si tratta di un vantaggio fiscale soprattutto per le famiglie, che potranno sfruttare il bonus in dichiarazione (modello 730 e modello Redditi) e quindi avranno maggiore convenienza a stipulare contratti di affitto registrati. Un esempio di quello che, tecnicamente, si chiama contrasto di interessi. In pratica l’emendamento approvato estendono la detrazione anche all’ipotesi in cui l’università sia ubicata in un comune distante da quello di residenza almeno 50 chilometri e gli studenti fuori sede siano residenti in zone montane o disagiate.

Che cosa cambia 

Le regole attualmente in vigore prevedono che la detrazione spetti solo agli studenti iscritti a un corso di laurea presso un’università ubicata in un Comune distante da quello di residenza almeno 100 chilometri e comunque in una provincia diversa, per unità immobiliari situate nello stesso Comune in cui ha sede l’università o in Comuni limitrofi, per un importo non superiore a 2.633 euro. A conti fatti, quindi se si indica questo importo massimo il tetto della detrazione utilizzabile è di 500 euro (arrotondati per difetto).

Di fatto, viene eliminato il riferimento alla provincia diversa. Quindi la detrazione potrà essere concessa se il contratto di locazione regolare (quindi non deve essere in nero) riguarda anche un fuori sede nella stessa provincia purché distante dalla famiglia almeno 100 chilometri oppure 50 chilometri se residenti in zone montane o disagiate.

Agevolazione a tempo? 

Attenzione però. L’emendamento, infatti, aggiunge anche un periodo alla norma attualmente in vigore (l’articolo 5, comma 1, lettera i-sexies, del Testo unico delle imposte sui redditi) in base al quale «la disposizione di cui al periodo precedente si applica limitatamente ai periodi d’imposta in corso al 31 dicembre 2017 ed al 31 dicembre 2018». Quindi da un lato si tratterebbe di una detrazione retroattiva (questa volta a favore del contribuente) ma sembrerebbe chiudere le porte a un utilizzo successivo dopo il 2018 (dichiarazione dei redditi da presentare nel 2019). E gli oneri stimati come costo della detrazione ampliata sono 13,7 milioni per il 2018 e 7,8 milioni per il 2019.

Ci sarà poi da chiarire il parametro in base al quale si definiranno le «zone montane o disagiate». E quindi molto probabilmente bisognerà aspettare l’interpretazione dell’agenzia delle Entrate in una circolare.

Detrazione per 249mila contribuenti 
Stando alle ultime statistiche fiscali delle dichiarazioni dei redditi disponibili (anno d’imposta 2015), i contribuenti che hanno sfruttato questa agevolazione non sono tantissimi: 249mila. Al top ci sono Sicilia (34.560) e Puglia (34.465) seguite dal Veneto (18.937), dalla Calabria (17.696) e dalla Campania (15.951). Subito dopo c’è la Lombardia (14.619). Forse questo è il dato più sorprendente, se si immagina che la migrazione universitaria sia un fenomeno che tradizionalmente segue un flusso da Sud verso Nord. Probabilmente però bisogna anche considerare la migrazione all’interno della stessa regione e il fatto che la detrazione vale anche per i canoni di locazione degli studenti iscritti a un corso di laurea presso un’università in uno Stato dell’Unione europea o aderente all’accordo sullo Spazio economico europeo.

Anche la spesa complessiva indicata nelle dichiarazioni è di poco superiore a 409mila euro con un importo medio di 1.640 euro.

fonte: Il Sole 24 Ore

ROTTAMAZIONE delle CARTELLE: c’è tempo fino al 30 novembre

C’è tempo fino al 30 novembre 2017 per rimettersi in regola con i pagamenti scaduti della definizione agevolata. I contribuenti che avevano già aderito alla “rottamazione delle cartelle” e che hanno saltato, o pagato parzialmente, le prime due rate (le scadenze erano fissate al 31 luglio 2017, per la prima o unica rata e al 2 ottobre 2017 per la rata successiva) potranno pagare le rate non versate senza l’aggiunta di sanzioni o ulteriori interessi. Per effettuare il pagamento è possibile utilizzare i bollettini RAV ricevuti dall’Agente della riscossione nella comunicazione di avvenuta adesione.
 
È questa una delle principali novità introdotte dal decreto fiscale 148/2017 (articolo 1, comma 1). In tal modo, si consente ai contribuenti interessati di rimettersi in regola e di non perdere i benefici previsti dalla rottamazione, semplicemente saldando le rate scadute previste dal piano di rateizzazione della definizione agevolata.
 
Si ricorda, inoltre, che il prossimo 30 novembre scade anche la terza rata del piano.
 
In altri termini, per effetto dello slittamento al 30 novembre della scadenza della prima e della seconda rata, i contribuenti che non avevano rispettato i termini originari non saranno più considerati “decaduti” (come inizialmente previsto dal Dl 193/2016). Nel caso in cui il contribuente abbia effettuato un pagamento parziale di una o due rate, potrà versare la differenza (saldo) entro il 30 novembre.
 
Con il versamento del totale complessivo delle rate scadute, e dell’eventuale terza rata, entro la scadenza di fine novembre, i contribuenti saranno considerati in regola con i pagamenti per l’anno 2017 e non dovranno compiere ulteriori adempimenti.
Resta inteso che dovranno comunque essere rispettate le altre eventuali scadenze, quarta e quinta rata, previste nel piano di rateizzazione per non perdere i benefici previsti dalla rottamazione.
 
Per effettuare il pagamento sono disponibili i seguenti canali:

  • sportelli bancari e uffici postali, presentando all’operatore il bollettino RAV ricevuto dall’Agente della riscossione
  • internet banking, collegandosi al sito della propria banca per utilizzare il servizio per il pagamento dei RAV (è sufficiente inserire il numero del bollettino RAV e l’importo da pagare, mentre non è obbligatorio indicare la causale)
  • sportelli bancomat (Atm) abilitati, utilizzando la propria tessera bancomat e accedendo al servizio per il pagamento dei RAV
  • tabaccai convenzionati con Banca 5 SpA, punti vendita Sisal e Lottomatica (in tal caso, il contribuente deve presentare il bollettino RAV ricevuto dall’Agente della riscossione e il rivenditore provvederà a effettuare il pagamento)
  • sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione (il contribuente non deve necessariamente presentare il bollettino RAV, ma può richiedere di pagare indicando anche solo il proprio codice fiscale. L’operatore di sportello provvederà a effettuare il pagamento)
  • sito Agenzia delle entrate-Riscossione e App Equiclick (il contribuente può pagare il bollettino RAV collegandosi alla sezione pagamenti del sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it, inserendo il proprio codice fiscale, il codice RAV e l’importo dovuto). 

Si ricorda, inoltre, che è possibile pagare i tributi indicati nelle cartelle di pagamento, utilizzando in compensazione crediti commerciali “certificati” vantati nei confronti della pubblica amministrazione (per saperne di più si rinvia all’apposita sezione del sito di Agenzia entrate-Riscossione).
Sullo stesso sito, infine, i contribuenti possono trovare utili guide sintetiche, le risposte alle domande più frequenti (Faq) e le pagine informative relative alla definizione agevolata.

fonte: Agenzia delle Entrate

Nel cassetto fiscale informazioni su immobili su rendite e visure catastali.

Nel “cassetto fiscale” di ciascun contribuente è a disposizione una sezione di consultazione personale, che include visure catastali ed ispezioni ipotecarie relative agli immobili di cui il contribuente è titolare. Lo ha spiegato il direttore dell’agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, in audizione presso la Commissione bicamerale sull’Anagrafe tributaria. 

Le integrazioni realizzate tra il sistema dell’Agenzia delle entrate e quello dell’ex Agenzia del territorio, ha osservato, hanno consentito “un più efficace accesso alle informazioni necessarie al controllo”. Ai funzionari che operano nell’ambito dell’accertamento catastale sono stati resi disponibili i dati di natura fiscale e a quelli che operano nell’ambito dell’accertamento tributario e dell’assistenza fiscale sono stati resi disponibili, tramite l’Anagrafe immobiliare integrata, le informazioni di natura catastale e ipotecaria.

Che cos’è il cassetto fiscale (bisogna avere un professionista che acceda per tuo conto).

L’attività di accertamento 
Gli accertamenti effettuati dall’agenzia delle Entrate in ambito immobiliare al 31 agosto 2017 hanno interessato circa 300mila unità urbane, con un incremento della rendita complessiva, per le unità controllate, pari a circa 111 milioni di euro. Ruffini ha evidenziato l’importanza di una banca dati immobiliare completa, “indispensabile” per il contrasto all’evasione fiscale nell’accertamento sintetico del reddito; nell’accertamento della corretta tassazione degli affitti da fabbricati; nel controllo della sussistenza dei requisiti per la fruizione della “cedolare secca” e dell’agevolazione “prima casa”. 

Oltre all’attività di accertamento “corrente” sulle rendite proposte per nuovi accatastamenti o per dichiarazioni di variazione, che ha portato appunto a 300mila controlli nei primi 8 mesi dall’anno, l’Agenzia svolge anche “un’attività periodica”: sui cosiddetti “immobili fantasma”, sulla revisione dei classamenti, sulle nuove costruzioni e infine sugli “immobili rurali”.

fonte: Il Sole 24 Ore

 

 

Definizione agevolata (cd ROTTAMAZIONE): cosa succede dopo il 31 luglio.

Hai aderito alla Definizione agevolata? Il 31 luglio è scaduto il termine per pagare la prima o unica rata della “rottamazione”. Consulta la pagina informativa se non hai rispettato la scadenza.

Se l’Agenzia delle entrate-Riscossione ha comunicato l’accoglimento della domanda di Definizione agevolata

A seguito del pagamento della prima o unica rata

  • sono revocati eventuali piani di rateizzazione precedenti riferiti a cartelle/avvisi oggetto di Definizione agevolata;
  • può essere richiesta (analogamente a quanto previsto per le istanze di rateizzazione), compilando l’apposito modulo, la sospensione dell’eventuale fermo amministrativo sul bene mobile registrato, a patto che il debito oggetto del fermo sia totalmente inserito nella Definizione agevolata.

In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento della prima o unica rata

  • la Definizione agevolata non produce effetti e l’Agenzia delle entrate-Riscossione, come previsto dalla legge, dovrà riprendere le procedure di riscossione;
  • non è possibile ottenere nuovi provvedimenti di rateizzazione salvo che per le cartelle e gli avvisi notificati da meno di 60 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione di adesione alla Definizione agevolata;
  • possono essere ripresi i pagamenti delle rateizzazioni in corso alla data di presentazione della domanda di Definizione agevolata e in regola con i precedenti pagamenti. In tal caso, l’Agenzia delle entrate-Riscossione comunicherà gli importi e le nuove scadenze del debito residuo, secondo un piano di pagamento con lo stesso numero di rate ancora non versate di quello originario.

In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento della rate successive alla prima

  • si perdono gli effetti della Definizione agevolata e l’Agenzia delle entrate-Riscossione, come previsto dalla legge, dovrà riprendere le procedure di riscossione;
  • è preclusa la possibilità di ottenere nuovi provvedimenti di dilazione salvo che per le cartelle e gli avvisi notificati da meno di 60 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione di adesione alla Definizione agevolata;
  • i precedenti pagamenti sono considerati a titolo di acconto sugli importi complessivamente dovuti. 

Se l’Agenzia delle entrate-Riscossione ha comunicato il rigetto della domanda di Definizione agevolata

  • in assenza di piani di dilazione, è possibile presentare una nuova richiesta di rateizzazione;
  • in presenza di piani di dilazione decaduti, è possibile essere riammessi al beneficio della rateizzazione dopo aver saldato tutte le rate scadute;
  • in presenza di piani di dilazione non decaduti, è possibile proseguire con la precedente rateizzazione. 

fonte: AeR

Rimborso sanzioni Inail illegittime anni 2006-2010.

Illegittima sanzione Inail per omesso versamento contributi lavoratori in nero: ecco chi può presentare domanda di rimborso.

datori di lavoro che, per violazioni accertate nel periodo compreso tra il 2006 e il 2010, hanno pagato la maxi sanzione civile di importo minimo di 3mila euro per lavoro nero, possono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente. Quest’ultima provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza.

La norma [1] che prevedeva, in caso di omesso versamento dei contributi e premiriferiti a ciascun lavoratore in nero, una sanzione non inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.

La pronuncia di illegittimità ha efficacia retroattiva e rende pertanto rimborsabili tutte le somme che i datori di lavoro hanno versato a titolo di sanzione civile per lavoro nero, in eccesso rispetto alle corrette regole di calcolo.

Il diritto al rimborso si prescrive in 10 anni decorrenti dalla data del versamento: ciò vuol dire che chi, nella vigenza della norma dichiarata illegittima, ha pagato più del dovuto, ha dieci anni di tempo per presentare la domanda di rimborso. Nel 2017 scade il termine per coloro che hanno pagato le sanzioni nel 2007.

 Disciplina delle sanzioni Inail e sentenza Corte Costituzionale

Nel 2014 la Corte Costituzionale [2] ha dichiarato l’illegittimità della norma relativa alle sanzioni civili per lavoro nero, nella parte in cui stabiliva che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore non potesse essere inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.

A giudizio della Corte, infatti, poiché le sanzioni civili connesse all’omesso versamento di contributi e premi hanno una funzione essenzialmente risarcitoria, essendo volte a quantificare, in via preventiva e forfettaria, il danno subito dall’ente previdenziale, la previsione di una soglia minima disancorata dalla durata della prestazione lavorativaaccertata, dalla quale dipende l’entità dell’inadempimento contributivo e del relativo danno, è irragionevole e pertanto la norma è illegittima nella parte relativa alla sanzione civile.

Il regime sanzionatorio dichiarato illegittimo è stato in vigore dal 12 agosto 2006 al 23 novembre 2010.

Sanzioni civili omesso versamento contributi: regime attuale

Per le violazioni commesse a partire dal 24 settembre 2015, vige il seguente regime sanzionatorio [3]:

– In caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate: una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento.

La sanzione civile non può essere superiore al 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge.

– Qualora la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro dodici mesidal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti.

La sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi, non corrisposti entro la scadenza di legge.

Rimborso sanzione Inail illegittima

A seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale, la norma dichiarata illegittima ha cessato di avere efficacia e di conseguenza, da tale data, non può più essere applicato il regime sanzionatorio in vigore dal 12 agosto 2006 al 23 novembre 2010, che prevedeva la soglia minima di 3.000 euro della sanzione civile per ciascun lavoratore non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria.

Deve quindi essere applicato unicamente il regime sanzionatorio ordinario vigente dal 2015 (illustrato nel paragrafo precedente)

I soggetti assicuranti, che a suo tempo hanno regolarmente versato le sanzioni civili in base alla norma dichiarata illegittima, devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile ai sensi del regime vigente dal 2015 e a rimborsare la differenza.

Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento.

 Chi non può chiedere il rimborso

Per le società che risultano cancellate dal registro delle imprese, rimangono ferme le sanzioni civili già accertate e incassate, trattandosi di rapporti giuridici esauriti.

Non sono in ogni caso rimborsabili le somme per le quali il richiedente sia stato condannato al pagamento con sentenza passata in giudicato.

note

[1] Art. 36-bis, c. 7, lettera a), D.L. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248.

[2] C. Cost. sent. n. 254/2014.

[3] Art. 116, comma 8, lettera b), L. n. 388/2000.